il POETA Beppe Costa sceglie “esorcismi da libraio” di Alessandra Buttiglieri
cercate l’articolo su: http://beppe-costa.blogspot.com/
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Con questo titolo esce il primo articolo di Mariaelisa Giocondo su Tellusfolio
ecco a voi il link:
http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=/index.php%3Flev%3D132&cmd=v&id=8884
Antonio Milicia
FACCIA DA JAGUAR
Ti vedo
Il mento sollevato, ritto sulla schiena, ti senti protetto e sicuro nel tuo argentato guscio scintillante che disegna troppo eleganti traiettorie nelle piste insanguinate
Ti vedo
Te la tiri, vivi a tutto gas, voli alto, sei entrato dentro il mondo Jaguar e non ne sei più uscito
Ti vedo, ti vedo sempre
Anche quando non ho voglia di incontrarti, occupi fastidiosamente lo spazio nelle strade di questo già troppo piccolo paese che troppo soffre ai margini della contrada maledetta, di cui occupi anche i luoghi più comuni
Ti vedo
Vedo la tua cascante faccia molle e unta, le imbarazzanti borse sotto i tuoi occhi, i tuoi capelli lucidi e con le ore ormai contate, vedo gongolare la tua abbronzata faccia da Jaguar mentre come uno squalo ti aggiri nel nostro stanco acquario e cerchi la prossima preda a cui succhiare il sangue e la vita
Ti vedo
Vedo le tue camicie ostentate e le scarpe rigorosamente di marca, vedo i tuoi movimenti studiati, il tuo vivere dissoluto, il tuo squallido perbenismo
Non vorrei vederti, invece ti vedo
Vedo tutti quelli come te, socialmente inutili, tutti con la stessa faccia, con quella che si riduce semplicemente ad una faccia da Jaguar.
Ti vedo
Ma lasci anche tu la tua scia, leggermente sbavata del sangue che i tuoi operosi pneumatici educatamente disegnano dopo aver schiacciato non senza il dovuto stile gli esseri che hanno la sfortuna di attraversarti la pista, sollevando alta polvere e sporcando appena un pò l’asfalto di queste strade che hai la presunzione di credere ti appartengano
Ti vedo, sempre di più
Ti vedo anche quando sogno, ti vedo in televisione, al cinema, al ristorante, al mare, allo specchio… ti vedo, e non posso farne a meno.
Ringrazio infinitamente la professoressa di lettere Milù Mazza che mi ha dato il permesso di utilizzare un suo scritto pubblicandolo qui sulle nostre pagine.
Non voglio fare alcun tipo di presentazione alla sua persona, vi lascio semplicemente tra le sue parole senz’altro vere,senz’altro di vita.
La distratta attenzione del docente.
Non è che esista, come in cucina o nello sport, nell’informatica o nei viaggi, un manuale per il buon docente. Non è che il docente abbia con sé un vademecum o un kit di sopravvivenza per affrontare il suo lavoro. Il docente è quello che nella sua ventiquattrore o nel suo zaino monospalla nasconde distrattamente i ferri del suo mestiere. Della sua missione, direi. Roba di poco prezzo. Intramontabili libri, biro di vario genere - tanto una vale l’altra per il docente - appunti, fotocopie, un quotidiano, registri incompleti, e perché no, un computer portatile che può servire per affacciarsi e guardare con altri occhi la realtà che ci divora.
Non sa cosa l’aspetti, il docente, una volta entrato in classe. Servirebbero anni per conoscere le storie di quei visi spauriti e disinvolti che scrutano e punzecchiano come se davanti si trovassero un motore di ricerca. Un google della cultura.
Eppure quel nucleo di persone, quell’embrione di società variegata e particolare, quell’insieme multicolore che genericamente chiamiamo classe, è forse l’unico indispensabile strumento di cui un docente non potrà mai farne a meno. Senza sarebbe un allenatore senza squadra, un direttore d’orchestra senza strumentisti, un condottiero senza soldati. Un allenatore sa quando l’attaccante non ha più forza nelle gambe e allora con un colpo di spalla lancia in campo un giovane giocatore appena riscaldato. Un direttore d’orchestra sa quando i flautisti hanno bisogno di una pausa per recuperare un po’ d’ossigeno nei polmoni; un condottiero sa quando è il caso di mandare nel campo di battaglia i soldati più valorosi. E così anche il docente cerca, nei suoi limiti, di avere sempre sotto controllo il suo team. Conosce gli schemi, le composizioni, le tattiche. Conosce i suoi “polli” insomma.
La sua classe.
La classe plasma il docente e non è mai omogenea. C’è chi dà vita forza coraggio (gli attaccanti, il portiere, le percussioni); c’è chi è in sintonia con lo stato d’animo dell’insegnante (i panchinari, gli archi), c’è chi ride o è triste, o ascolta (i centrocampisti, i legni) o chi pensa agli affari suoi.
La classe è strumento. Non può passivamente recepire quello che l’insegnate vuole, o vorrebbe, imprimere nella sua coscienza. Ma ecco, la classe non sa di essere tale. La classe ha l’impressione di essere fine, di essere un recipiente vuoto da riempire, di essere spettatrice. Invece no. Una coppa non si vince senza l’aiuto della squadra, un concerto non sarà brillante senza la passione e l’impegno di tutti i musicisti, una guerra non si combatte senza la compattezza dell’esercito.
E dunque qual è il ruolo della classe? La classe è partecipe, è attiva, è attenta. La classe collabora con l’insegnante per raggiungere i loro comuni obiettivi. La classe aiuta, è un ferro del mestiere, una chiave di volta. La classe si allena, fa le prove, si esercita. Poi, però, scende in campo da sola. Qualcuno, con fischi, mosse strane, incitamenti, la guiderà dalla panchina, dal piedistallo, da un fantomatico cavallo, ma lavorerà per vincere da sola. La classe non poltrisce, non attende, osserva e domanda, la classe si entusiasma, la classe rimprovera il docente se è scostante o poco presente. La classe è un mestiere. E’ un lavoro di squadra. Sì, un docente sa stare attento, percepisce i limiti, conosce le eccellenze, tuttavia spesso inciamperà, fallirà, sbaglierà.
Perché spesso l’attenzione si distrae in inutili pensieri, spesso non ci si accorge quanto sia importante respirarla la classe, spesso si sottovalutano sensibilità, insicurezze, inclinazioni. La scuola che deve insegnare a vivere, ad amare la cultura, a leggere i classici ed emozionarsi, ad apprezzare i libri, la musica, il cinema, il teatro. La scuola che non sia nascondiglio di sbadigli e sonni sopra i banchi e che permetta ad alunni e docenti di crescere e misurarsi con una realtà soffocante e alienante deve forgiarsi come medaglia dalle due facce complementari, indivisibili, non in antitesi, ma conviventi. Da un lato il docente-mattatore senza copione ma con tanta voglia di trans-mettere il proprio amato sapere, dall’altro gli alunni-personaggi di uno spettacolo che possa aiutarli a far esplodere tutta la loro bellezza, in un luogo-istituzione ormai logorato da stantìe e retrograde illusioni conservatrici.
Di Milù Mazza.
Alessandra Buttiglieri.
Le mediazioni sintetiche di te
dei tuoi sguardi su me,
il mio mancare all’appello del cuore, il tuo.
Il massacrare d’attese funeste,
appesi ad una rivolta blu, come le mie tempie soffocate.
Aspettando tempi ispirati.
Alessandra Buttiglieri.
Il nostro era un amore fermo, che non aveva tempo e dunque non nasceva e non moriva, da tenere soltanto nella mente, da coltivare intatto come un sempreverde.
Negli anni della nostra storia, glielo chiesi mille volte come faceva a fare quelle meraviglie. Glielo chiesi per lettera perchè, a parte rare volte che ci incontrammo, la nostra fu una storia fatta solo di lettere. Dieci anni di lettere. Non rispose mai veramente, diceva che lui non faceva proprio niente.
I suoi occhi non erano né giovani né vecchi, non avevano tempo.
Lui era invincibile per me. Gli avrei fatto io una magia, l’avrei fatto sparire e ricomparire lontano, dove nessuno mai, neanche la morte l’avrebbe trovato.
Come sei più lontana della luna, /ora che sale il giorno/ e sulle pietre batte il piede dei cavalli!
(Tratto da “Più lontana della luna” di Paola Mastrocola, Guanda editore)
Mariaelisa Giocondo